Digressioni

Dal digitale al cartaceo: la sfida per “La voce delle ossa”

Ad una blogger a volte succedono cose strane. Tipo che qualcuno ti regali qualcosa allo scopo di fartela “usare” e conoscere il tuo parere a riguardo. Ebbene, sapete tutti che io scrivo soprattutto di “socialcose”, roba tra il geek e la comunicazione in senso lato, quindi starete pensando che l’oggetto in questione sia un tablet, uno smartphone, una nuova app, un gadget tech qualsiasi. E invece no, dal digitale estremo ritorniamo non all’analogico, ma al cartaceo, con un libro. Si, un libro, esistono ancora… quanti di voi non ne vedono più uno dal lontano 2010?! Personalmente sono affascinata dalla carta, è una sensazione tattile particolare, e anche olfattiva. Perchè il profumo di un libro nuovissimo/vecchissimo fanno parte di quei ricordi di esperienze per sempre immagazzinate nella mente. Non solo. Con un libro ci puoi giocare, lo puoi plasmare, fargli le orecchie e sottolinearlo con la matita, puoi costruirci delle architetture tra gli scaffali di una libreria, dal più piccolo al più grande, in ordine di grandezza, spessore, altezza, giocando con le cromie delle copertine o dando una logica bibliografica per autori, periodi, argomenti. Lo puoi mettere sotto il tavolino per non farlo traballare, magari se è un regalo di Natale troppo brutto che ti vergogni di riciclarlo (l’ultimo best seller di Fabio Volo?), o abbandonare su una panchina della metro b a Roma fantasticando su chi lo troverà e lo prenderà con sé, e leggerà le tue note a margine, forse sorridendo o commuovendosi per la tua dedica.

Insomma, un libro più che un oggetto, è un concetto. E i concetti, belli brutti complicati o banali che siano, non passano di moda. Ecco anche perchè ho accettato questa sfida e in mezzo a post digitali vi arriva la recensione di “La voce delle ossa” di Kathy Reichs.

Premettendo che ritengo che i thriller non riescano più, come un tempo, a tenermi incollata alle pagine con una leggera sensazione di ansia e tensione nel voltare pagina (ma forse soffro di assuefazione al genere),  mi sono apprestata volentieri a leggere “La voce delle ossa” di Kathy Reichs (titolo originale “Bones are forever”) per la curiosità di confrontare la protagonista Temperance Brennan su carta con quella della serie televisiva Bones (alla settima stagione ancora inedita in Italia).
Tempe è una antropologa forense ed interviene a supporto della LSJML di Montréal (acronimo quasi impossibile da trascrivere per esteso ma è sostanzialmente l’equivalente di CSI), quando i resti umani ritrovati durante le indagini sono già in fase avanzata di decomposizione e gli esami autoptici non sono possibili. Ed immaginate un po’, le sue analisi portano sempre degli indizi sconvolgenti e fondamentali, mai a dire “accidenti nulla di rilevante” (almeno in questo romanzo).
Il taglio scientifico divulgativo è notevole ed evidenzia che la Reichs si è documentata in modo profondo e preciso avvalendosi di veri professionisti del settore.
E così ho imparato che il Rigor Mortis, l’irrigidimento dovuto alle alterazioni chimiche, inizia dopo circa 3 ore e ha il culmine dopo 12 per poi scomparire dopo 72.
Saprei anche fare una tomografia (produzione di immagini in sezione mediante radazioni penetranti) multistrato a 16 livelli con collimazione di tre quarti di millimetro ad occhi chiusi.
La cosa è anche piacevole ma diviene spesso un pò forzata, e le spiegazioni scientifiche si sprecano in contesti improbabili: per telefono con segretarie, per mail, leggendo manuali. Un pò come se qualcuno mi chiedesse: “Hai letto ieri i tweet con l’hashtag #ttt06? “ ed io rispondessi: “Si certo e meno male che esiste il protocollo TCP/IP sai quello nato nel ‘70 dal DARPA su cui si basa la rete Internet nata da Arpanet nel ‘71 che collegava solo 23 computer…”.
Tutta questa scientificità è bilanciata da una umanità realistica dei personaggi.
Tempe è alle prese con dei ritrovamenti di cadaveri di neonati abbandonati e nascosti in un appartamento squallido di Saint-Hyacinthe, a circa 55 Km da Montréal, ed inevitabilmente si confronta con i fantasmi della morte del suo piccolo fratello Kevin per leucemia a tre anni. Inizia la ricerca della madre dei bambini, forse una prostituta, aiutata dal Lieutenant-détective Andrew Ryan, con il quale ha condiviso molto tempo assieme sia dentro il dipartimento che fuori (ma il “fuori” è finito da un pò). La criminologa è aiutata anche da Oliver Isaac Hasty sergente della Gendarmerie Royale du Canada (si proprio le famose giubbe rosse a cavallo che si vedono nella serie di South Park). La bella Tempe ebbe anche con lui ebbe un breve storia molti anni prima.
Tempe, Andrew e Ollie iniziano una serie di lunghi viaggi alla ricerca di questa donna, Annaliese Ruben, che pare non lasciar tracce dietro di se. Giungono così sino a Yellowknife, nei Territori del Nord-Ovest del Canada (siamo alla latitudine dell’Alaska dove a Giugno quando si svolge la vicenda il sole non tramonta quasi mai), tra gli ormoni impazziti dei due maschi dominanti che mal si sopportato ed una Tempe che cerca di tenerli a bada.
Ma voi sapete cosa sono i camini Kimberlitici? Io ora si ma non vi dico il perché, leggetevi il libro.

Futurap

Non potevo esimermi dal “socializzare” anche la recensione di un libro. Ho creato quindi la Google maps “I luoghi delle ossa”, con i luoghi dove si svolgono fatti cruciali del romanzo.


Visualizza I luoghi delle ossa in una mappa di dimensioni maggiori

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3 Responses to “Dal digitale al cartaceo: la sfida per “La voce delle ossa””

  1. Matteo Piselli 23 luglio 2012 at 13:45 #

    Il libro può anche essere prestato, per avere una scusa per rincontrarsi, a me capita spesso, soprattutto con i cd, ma è la stessa cosa.
    Veniamo al libro: la tua recensione mi fa quasi rabbia, perché io pensavo ” ok, ragazzi, questa ragazza sul suo campo è veramente avanti, ma forse uscita dai suoi binari non sarà nulla di speciale……. Un paio di palle! Un articolo divertente, acutissimo e sinteticamente coinvolgente, si nota lo stesso entusiasmo che metti nei tuoi soliti post, insomma chapeau! il libro però non lo comprerò, a me piace solo la fantascienza.

  2. futurap 23 luglio 2012 at 16:31 #

    grazie Matteo, mi fa molto piacere avere il tuo feedback… :)

  3. Matteo Bacchin 24 luglio 2012 at 22:13 #

    Commento solo l’introduzione: penso che ciascuno di noi a casa debba avere una libreria in cui tenere i propri libri (preferiti e non), in fondo sono parte di noi e della nostra storia, sono tangibili, sono “romantici”. Hai ragione quando dici che la carta dà una sensazione particolare, assolutamente non comparabile a quella di un “freddo” tablet.

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