Italiani: popolo di santi, poeti, navigatori e bloggers che stroncano startup

Italiani: popolo di santi, poeti, navigatori e bloggers che stroncano startup

Buongiorno miei cari.

Sono qui per raccontarvi il proseguio della storia. Nel post precedente dal titolo “Il blog come medium, la deriva social della comunicazione e altre storie” vi ho palesato le mie riflessioni sulla necessità di fare blogging di qualità, piuttosto che di quantità. Sulla mia nuova attitudine maggiormente riflessiva sui fenomeni prima di scrivere un post da consegnare a voi, miei cari lettori.

Ebbene, sappiate che non tutti i bloggers abbracciano le stesse mie istanze. Anzi, in questi ultimi giorni se frequentate gli agorà digitali che “contano” potrete essere spettatori di un divertente teatrino, quello che vede i flame blogger dare il meglio di loro catalizzando l’attenzione attorno a novità digitali (di per sè già sotto i riflettori) per svariati divertenti scopi: avere i loro 5 minuti di pulpito, alzarsi il Klout, sfogare frustrazioni personali, dare un tono alla propria reputazione nel settore, insomma, come direbbe il maestro Scrofani, dare una zappata a la propria zolla digitale (cit). Eh si, è davvero divertente osservare il fenomeno, proprio in chiave socio-psicologica, per capire l’altra faccia della medaglia. Il nascere e perpetrarsi del lato oscuro della comunicazione web: quello della canaglia digitale, del web sciacallo, una nuova forma ibrida, un mix tra un giornalista di Libero e un grillino che rifiuta la mano alla Bindi, per capirci.

Ma voglio andare ancora in profondità, e stilarvi un elenco delle tipologie umane (?!) che da questa analisi vengono fuori, sulla scia del bellissimo post di Rudy e un po’ come ho fatto nel post “Le 10 identità del blogger 2.0”. Ecco, lì delineavo le caratteristiche che a mio avviso fanno di un blogger un pezzo utile del sistema e prezioso per la sua comunità di riferimento. Oggi tento di darvi i miei 2 cents sulle caratteristiche che fanno di un blogger una persona nociva e  triste per la comunità. Con questo, badate bene, non voglio insinuare che questi soggetti non debbano esistere o siano inutili. Lungi da me appoggiare intenti epurativi. Un sistema si regge grazie all’equilibrio tra forze uguali e contrarie. Forse lo status dei nostri ha un senso proprio nel momento in cui dà forza propulsiva all’emergere del bello.

Iniziamo

Il flame blogger: si tratta di un blogger che ama i titoli forti. Una persona complottista che è cresciuta  a film di spionaggio russi e marmellata. Di solito i suoi post sono invettive velenose sul lavoro altrui, nelle quali si sciorinano periodi qualunquisti e populisti alla Grillo maniera. L’argomentazione puntuale è il suo peggior nemico, così come l’approfondimento. Ha capito che la polemica tira più di un carro di buoi, grida al fail prima che il gallo abbia cantato una volta e infarcisce i commenti del proprio post con insulti, ovviamente defocalizzati, a chiunque abbia il coraggio di fargli notare il suo disfattismo un tantino esagerato e manipolatore. Il suo lettore tipo è il “vaffanculo man“, quello che gode dello scandalo, del sensazionalismo da tette in prima pagina, che si fomenta con la bava alla bocca quando il suo idolo alza i toni, la voce, predica la fine del Mondo digitale. Il suo sogno segreto è quello di essere giornalista di Libero o dirigente di Telecom o il nuovo Gesù  di Nazareth.

Il blogger sciacallo: è quello che ama il morto in home page. Perché l’odore del sangue, si sà, attira la massa di sciacalli. E se non c’è nulla in fin di vita, beh, che male c’è ad inventarselo?! Basta poco, e lui ha capito la formula: prendi un progetto o un argomento molto popolare, nuovo, italiano, su cui sono puntati i riflettori della community italiana. Poi aggiungi un paio di nomi grossi, ma grossi un bel po’… imprenditori, grosse aziende, politici, Ministri che possono catalizzare il malcontento di quell’humus di lettori che vedono in chi è arrivato o in chi ha il coraggio di provarci la causa delle proprie insoddisfazioni e sconfitte. Poi aggiungi una parola a caso tra fail, flop, fallimento, crisi et similia, poi correda il tutto di una pantomima post di cui sopra, due tre frasi ad effetto su Stato, Chiesa,Padroni, Governo Ladro, Imprenditori Falliti, un paio di insulti, un paio di finte considerazioni decontestualizzate e … il gioco è fatto! Il fail è pronto. Il morto da sbattere in home page è servito: lui godrà dei sui cinque minuti di notorietà, avrà le sue mille mila visite sul suo blog scatenate dall’effetto “curiosità da fail”, avrà sedato la sua ansia da prestazione da blogger sempre sul pezzo. Fate una verifica. Andate nella pagina del suo blog, se nove articoli su dieci sono costruiti sulla stroncatura di qualche startup italiana appena nata (presto scriverò anch’io di iStella e di Quag, ma voglio prendermi il tempo di valutare a fondo gli intenti e il funzionamento delle piattaforme), o sull’annuncio messianico del fallimento di qualche progetto digitale, o meglio ancora sull’urlo al un complotto ai danni dei poveri utenti delle cui istanze lui si è autodichiarato portavoce… bene, ci siete, è proprio lui, il blogger sciacallo. Non temete, i suoi post sono come i coccodrilli dei giornalisti televisivi: sono già pronti prima che il progetto/la startup/la notizia sia nata, altro che morta! Non rimarrete mai senza.

Il blogger traduttore: lui è quello che più mi intenerisce. Perché pur di avere qualcosa da scrivere sul suo blog tutti i santi giorni non esita a costruire interi post semplicemente traducendo quelli di grosse o meno testate internazionali. Spesso la traduzione è palesata con leggiadria, come a dire “Sono un traduttore, ma sono comunque utile alla società” e il post inizia con un paio di frasi di citazione dell’autore originale, dell’argomento del post, per poi passare alla traduzione para para del corpo del testo. Nessun valore aggiunto, nessun commento, nessuna interpretazione. No interpretariato, solo traduzione. I peggiori sono quelli che non palesano la manovra, e spacciano per farina del proprio sacco interi o pezzi di post di Mashable et similia, sperando che il loro lettore medio sia cretino, non sappia l’inglese, legga solo ed esclusivamente il suo ricchissimo ed aggiornatissimo blog. Sai come lo sgami il blogger traduttore? Quando lo chiami a confronto in un commento o status sui social argomentando sui temi del post, e lui balbetta, risponde banalmente, glissa con battute simpatiche, va fuori tema. Che tenera canaglia!

Il seo blogger: il seo blogger vorrebbe lavorare per Google, ma il grande G non se lo… fila. Quindi lui ha deciso di diventare importante per lui. Il seo blogger si sveglia la mattina e il suo primo pensiero è come correre più forte degli altri blogger verso le prime posizioni del suo motore di ricerca. Come trasformare il suo post sulla serp più visualizzata, come battere il record di visite e sfondare il muro delle analytics. Col tempo ha affinato tecniche puntuali e furbissime per raggiungere i suoi obbiettivi: farcire i post e soprattutto i titoli di keywords, seguire come un segugio le novità hot e tatuarsi sulla schiena i trend di Google, ovviamente. Il contenuto? Beh quello si trova, quello è secondario. Diventa ovviamente quel corollario, quel riempitivo, tra un link, una keyword e un hashtag. O no?! Il seo blogger quando incontra un altro blogger si dimena come un bimbo con l’impellente bisogno di andare al bagno. No, lui non trattiene la pipì, ma l’irrefrenabile voglia di chiedere “Ma tu quante visite fai al giorno?“.

Eccovi qui quindi le quattro identità del blogger canaglia, quello che se siete come me cercate in tutti i modi di ignorare. Ma siccome appesta l’ambiente digitale (si perché è anche spammoso, molesto e… ovunque!) come l’erba grama (vedi foto) i vostri tentativi falliranno. Sarete sicuramente raggiunti da un suo tweet, rt, post, status o qualsiasi altra forma riescano a prendere i suoi tentativi di acquisire visibilità.

Il segreto sta nel sorriderci sù e non farsi rovinare la giornata.

Alla prossima

Futurap

 

 

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