10 cose importanti del Salento (o forse più)

10 cose importanti del Salento (o forse più)

mare

È un’estate ballerina, o forse ho una vita lavorativa più entropica del solito. Anche quest’anno il mio ritorno a casa in Salento si è ridotto ad Agosto. Durante la tanto odiata, temuta, affollata, inflazionata, settimana di ferragosto.

Da piccola vivevo in una delle regioni più belle d’Italia, con un mare meraviglioso, una cultura contadina magicamente mischiata con quella religiosa, una cucina povera e genuina allo stesso tempo. Anche la controcultura sapeva di Salento, in Salento.

Ora “lu sule lu mare e lu ientu” sono un claim e la taranta è trip pop. Ora  le litoranee brulicano di ingorghi d’auto con targhe “forestiere” e nei lidi “lu rusciu de lu mare” remix copre il rumore della tramontana. E mi rendo conto di come questo posto si stia velocemente trasformando in qualcosa di diverso da quello in cui sono cresciuta. Ma il Salento del passato, quel Salento che non sapeva di chiamarsi Salento, vive in me, o almeno in quella me bambina. Ogni volta come un rito, voglio capricciosamente rivivere il sapore delle cose che hanno costruito un pezzo della mia storia, per combatterne lo sbiadimento nella memoria.

È un esercizio, che vi invito a fare. Chiudete gli occhi, poi apriteli e siate bambini, e le cose  importanti ritorneranno lì, davanti a voi, magari di volta in volta di meno, ma indelebili a qualsiasi cambiamento sociale.

Eccole, le mie dieci cose  importanti del Salento (o forse più).

i gelsi: sono frutti mollicci e dolci. Si mangiano d’estate e crescono sulle piante del giardino. hanno dei peletti strani e sono meno morbidi delle more. Li ho sempre visti nelle coppe bianche di plastica delle nonne, che te li offrono quando vai a trovarle al pomeriggio.

le carte: sono lisce consumate, napoletane, profumano di quaderno vecchio, o semplicemente di carte. Sono conservate nel cassetto della credenza, quello dove c’è la scatola di latta con i bottoni e i fili, e sono tenute da un elastico. Il dieci di bastoni ha l’angolo a destra in alto rovinato. A carte si gioca dopo pranzo, mentre la nonna lava i piatti e i grandi fanno cinque minuti di sonno prima di tornare al mare. Si gioca a scopa, asso piglia tutto e… e poi basta. Quando vengono gli zii da Bari portano le altre carte e si gioca a burraco o a canasta e questa cosa di imparare sempre di nuovo le regole mi trasformerà nella giocatrice mediocre che sono.

la processione: non è silenziosa per niente. Tutti parlano, pregano, cantano o fanno finta di. Ma tutti abbiamo la faccia di quelli che soffrono, ci siamo proprio nati con quella faccia lì.

i fichi: al ritorno dal mare con la mini minor, il nonno porta un secchio e ci fermiamo per strada in campagna a raccogliere i fichi. Ci sono quelli piccoli, che sono bianchi e lattiginosi, e poi quelli grandi, che si chiamano fioroni e hanno la buccia scura e che si sbucciano. Quelli piccoli la nonna li mette sul terrazzo aperti a metà su una cassetta di legno girata, poi quando sono secchi ci mette una mandorla dentro e li chiude, poi li conserva nei vasetti e li mangiamo a Natale. Con i fichi si fa anche la marmellata -che mentre cuoce riempie la casa di odore di caramelle, però amaro. Poi puoi metterla nel vasetto oppure a pezzetti con la buccia di limone dentro. Ci sono anche i fichi d’india, che sono colorati e freschi di frigo e i semini non si sputano ma si mangiano. E i più buoni sono quelli bianchi.

il caffè: si beve sempre, a qualsiasi ora in qualche casa di Veglie ci sarà almeno una caffetteria che fischia. Il caffè si beve di mattina nel latte o solo, di metà mattina se viene qualcuno, dopo pranzo sulla tovaglia con le molliche di pane e i resti delle noccioline, al pomeriggio se vai a trovare qualcuno, e così all’occorrenza. Poi si può bere al bar, magari se qualcuno ti “lascia un caffè pagato”. Le tazzine sono marroni di ceramica dal bordo spesso, e quindi non scottano. D’estate al mare, al lido canne, avevano un bottiglione di caffè freddo e dolce nel frigo, che quasi si faceva ghiaccio.

le frise: sono piccole e dure. Mia mamma le bagna anche nel latte e le mangia come biscotti. Mio nonno nel vino. Io le mangio con il pomodoro, quello abbastanza molliccio che puoi spremerlo senza sporcare un coltello. Allora, se è la frisa del forno la tengo sotto al rubinetto per poco tempo, se è quella di casa la metto nella bacinella di plastica bianca con un po’ di acqua, perché è più dura. Poi si scola e si spreme il pomodoro. Da grande ho imparato a mangiare anche la buccia. Poi ci metti l’olio, e mi raccomando tieni chiuso il buco del bottiglione con dito altrimenti ne esce troppo, poi il sale e poi… e poi basta. L’altra nonna, quella di Copertino, ci mette anche il tonno della scatoletta e i capperi, ma a me piace più semplice. Poi la mangio, fuori al giardino, con un tovagliolo sotto.

i tuffi: se siamo a Torre Lapillo per fare i tuffi dobbiamo fare tanta strada per arrivare all’acqua alta. I tuffi li fai con un uomo di casa: papà, zio, nonno. Quando sei piccolo li fai con una gamba “a spinta”, oppure a cavalcioni buttandoti da dietro. Se sei più grande puoi farli in piedi sulle spalle, e al tre volare in alto e cadere a candela o di testa, sempre se le gambe non ti fanno giacomo giacomo e cadi prima. Agli scogli puoi fare anche i tuffi a bomba, ma io ho paura.

il morto a galla: da piccolo per imparare a nuotare ti fanno fare il morto a galla. Con una mano sotto la schiena che ti tiene, poi piano piano ti lascia. Prima sei tutto rigido, poi piano piano ti rilassi e se le orecchie sono sotto l’acqua senti un silenzio pesante, che ti ricorda qualcosa. Poi arriva una piccola onda e bevi. L’acqua è tanto salata e ti brucia il naso.

Lecce Lecce: se qualcuno di fuori ti chiede di dove sei, tu dici di Lecce. Poi ti chiede “ma di Lecce città?” oppure “ma di Lecce Lecce?” e tu “no, di provincia, di Veglie”. Ah, Veglie, ci passano per andare al mare, o hanno qualche parente o amico. A Lecce io ci vado per comprare i vestiti, o per fare un giro, o a Santo Oronzo. A Lecce si mangia il rustico oppure la pizza ripiena. In Piazza Mazzini c’è la fontana grande, in Piazza Palio c’è il mercato il lunedì e il venerdì, il lunedì però ci sono più bancarelle. A Lecce vecchia ci puoi entrare da Porta Rudiae o da Porta Napoli, vicino l’Università.

la puccia: la domenica sera se non hai voglia di cucinare, o ci sono ospiti a casa, andiamo a prendere la puccia con le pizzelle. A volte anche il calzone fritto. La puccia la scegli grande o piccola. Te la aprono e te la riempiono con quello che vuoi. Mio padre sceglieva: sottaceti, sottoli, pomodori, salame milano, soresina, tonno. E una Dreher piccola gelata.

E sono (ancora) dieci. Ma ora che ci guardo bene, vedo altre cose davanti a me:

orecchiette e pizzarieddhi della comare Esterina, la banda di paese nella piazza illuminata per San Giovanni e tutti noi intorno, il cornetto gelato al lido, l’orzata bella fredda, il fresco la sera seduti davanti casa, la scala di mio nonno per prendere il vino  in cantina la domenica, il ponte punta Penna per andare a Bari in vacanza, la festa di San Giuseppe a Copertino, la pipetta e le giostre dell’Alaska, la crepe con Nutella a Porto Cesareo, il pesce del sabato, il pedalò, l’anguria fresca e poi… e poi basta.

Futurap

 

 

 

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