Bilanci di una trentenne sul ROI, i modelli di business e i vestiti troppo stretti

Bilanci di una trentenne sul ROI, i modelli di business e i vestiti troppo stretti

Dicono che i Capricorno facciano ciclicamente dei bilanci della propria vita. La mia onestà intellettuale in fondo mi ha sempre suggerito che Dio, gli oroscopi e la fiducia sono convenzioni per vivere meglio, aggrapparsi a qualcosa di buono e saldo; è per questo che le accetto di buon grado. E che “Dio” lo scrivo con la lettera maiuscola, ripongo sempre con ottimismo il mio cuore nelle mani di qualcuno e leggo l’oroscopo di Brezny ogni giovedì. Quindi la storia dei bilanci è vera fino a prova contraria. Fino a quando non mi direte che è un caso e anche voi lo fate, pur non essendo del Capricorno, e ciclicamente, questo diventerà un appuntamento categorico dettato dagli astri, a cui non potermi sottrarre.

Oggi ho fatto una cosa che vi consiglio di fare, almeno una volta, ogni tanto. Per rispondere all’interrogativo pressante di ” che cosa è cambiato” ho guardato in dietro affidandomi alla casualità. Ho consultato Instagram, come una moderna sibilla che interpreta il passato per spiegare il presente, e ho visto. Il 23 novembre del 2012 ero qui. Cucinavo, come oggi. Fotografavo il cibo, come oggi. Curavo i dettagli, come oggi. Ma tutto quello che c’è, ma non si vede, la storia dietro a quello scatto, che mi porta all’inizio di questo bilancio, sono drasticamente diversi.

Si, posso dirlo con una certa sicurezza. Negli ultimi mesi tutto è cambiato, fuori e dentro di me, la percezione di me nel mondo, delle cose importanti a contorno. Molto è diverso, dal mio approccio al lavoro, alla passione. E siccome il blog è mio, stasera ho deciso di mettere nero su bianco alcuni aspetti che ora ho limpidi, e che mi serviranno di sicuro nel futuro prossimo, quello che si prepara ad ennesime, grandi sfide.

Non sopporto i leziosi: vi giuro, non li sopporto. Quelli che idolatrano, quelli che “ti seguo” a prescindere, quelli che “tu sei brava, sei la migliore, sei speciale”. Mi imbarazzano. Mi infastidisce il modo che hanno di essere stucchevolmente gentili e di metterti con le spalle al muro per sentirsi dire un grazie. Preferisco le critiche, davvero. Preferisco le argomentazioni. Preferisco le pacche sulle spalle tacite, piuttosto che i complimenti. Solitamente allontano, mi chiudo, rimango in silenzio, per non sentirmi in obbligo di dover sorridere.

Io sono un’inguaribile positiva: e non sempre è facile, sapete? Va tanto di moda distruggere, va per la maggiore affossare. Alcuni godono a dire “te l’avevo detto”, molti si eccitano con i fallimenti degli altri. Gli insicuri sottolineano gli errori per sentirsi grandi, e sono cauti nel prendere una posizione netta. Io sono pericolosamente entusiasta, se il cuore, la testa, l’istinto mi suggeriscono che ci sia ragione di esserlo. In fondo ho sempre vissuto di passioni forti, e se guardo indietro ricordo solo quei momenti in cui sono stata tremendamente bene o male da morire. Non sono abbastanza grande per vivere di “mantenimento”, non ho ancora imparato a “farmi stare bene le cose”. Se faccio una cosa è perché ci credo, altrimenti la faccio per forza e mi schifo, e la faccio male. Però se ci credo la faccio alla grande, e ci metto tutto il carico che posso, e la faccio col cuore, e prendo velocità. Il più delle volte va male, e mi schianto al muro. Non muoio, perché sono tosta, però si ne pago le conseguenze. Ma c’è quella volta che va bene e taglio quel traguardo, veloce, ebbra di vento e di adrenalina. E non ce n’è per nessuno.

Come riconoscere le persone belle: passa il tempo, incontro gente nuova. Le difese si alzano, con l’età, anche per una che di mestiere fa la funambola su funi sottili, come me. La statistica insegna che a volte aggregare per tipologie aiuta: diffida dai maleducati, perché sono così presi da se stessi per avere rispetto e attenzioni per gli altri. Allontanati da chi parla sempre e solo male di qualcuno: gli rode il culo, e prima o poi tu sarai il protagonista delle sue storie. Ignora chi al primo incontro ti racconta il suo cv in ordine cronologico, di chi come la Ventura a XFactor si vanta dell’amico caro famoso, di chi cerca di infilarti tra le righe i molteplici zeri del suo conto in banca e la sua esperienza millenaria. Di chi regala visibilità in cambio del tuo prezioso tempo e sudata professionalità. Allo stesso modo chiudi il tuo entusiasmo alla gente fredda, quella che per prima cosa ti guarda dall’alto in basso e che centellina sorrisi come se fossero merce rara e per privilegiati. Abbraccia i sensibili, quelli che si aprono a piccoli passi, ma con il cuore. Quelli che piano ti svelano aspetti inediti ma sostanziali del proprio carattere. Quelli “di cuore”, quelli che fanno le gaffe e arrossiscono, quelli che ti dicono “si però, pensa se” e ti danno sempre un’alternativa. Perché sono generosi. Ecco, fidati dei puri, anche se sembrano quelli sfigati. Sono i più fighi del mondo.

Il modello di business mi annoia. Ecco, l’ho detto. Mi annoia, mi rompe, è brutto, mi puzza, è antico, è stantio, è un biscotto che trovi dopo mesi nella dispensa dietro dietro in un pacchetto lasciato aperto. Mi fa dormire più di una diretta di una finale di biliardo alla tv. Sono stufa del social media marketing, sono esausta di pensare al ROI. Ho l’orticaria verso chi pretende di misurare sempre tutto, anche quello che non lo è per definizione, misurabile, come i sentimenti. La matematica non mi è mai piaciuta, e non mi sono mai arresa alla dottrina nazional comunista del 2+2 fa 4. Preferisco ancora le argomentazioni libere alle semplificazioni. Le semplificazioni sono regine del ranking, dove i gusti vengono appiattiti per trovare parametri di giudizio che giovino al raggiungimento di facili obiettivi. Sono stufa di questi ragazzi di vent’anni ammalati di fare impresa, allenati a raccontare in due minuti il proprio modello di business sostenibile delle idee,  calcolato con grafici e percentuali, ma incapaci di raccontare un progetto come tale, come vita, come luce negli occhi, come divertimento in un garage, come notti insonni di codice compulsivo e birre: esperienze con il valore assoluto in grado di cambiare loro stessi, prima che il mondo.

Muzzate la lingua, Futura, ma… Non tutto quello che passa per la testa merita di essere detto. Se lo pensi davvero sei uno stolto, o uno che cerca di mascherare la paura fottuta con eccesso di sicumera. Saper ascoltare gli altri è un merito, oltre che un’arte. Saperli ascoltare senza l’ansia di una risposta pronta un allenamento del tipo “togli la cera metti la cera”. Questo quando hai una mente fervida, un senso critico estremamente allenato e un entusiasmo tatuato nel cuore è il vero challenge. In salentino si dice “muzzate la lingua”, che per chi non è indigeno significa “tagliati la lingua”. Non parlare, non parlare a sproposito. Misura, misurati. Cerca di essere parco ma diretto, cerca di ascoltare e di ricalibrare il tuo parere. Prenditi il tempo per sfuggire dalla tana del “partito preso”. E ancora: fuggi alla prima impressione. Indaga, vai a fondo, fai domande. Cerca la chiave interpretativa, espandi i concetti, guardandoli da altri punti di vista, prenditi il tempo di osservare in silenzio e allarga l’obiettivo per poi restringere la visuale con più consapevolezza del contorno. Pensa laterale.

… fino a un certo punto: io sono sostanzialmente un’edonista. Ci tengo alla mia immagine, e, anche se a giorni e a stati umorali alterni, mi piaccio. Questo quando è tutto ok, e il “dentro” ha la stessa misura del “fuori”. Vi è mai capitato di mettere dei vestiti troppo stretti solo per la testarda convinzione che vi vadano ancora bene? Cercare di stare comodi in una posizione scomoda? Solitamente crea goffaggine. E quando mi sento goffa vuol dire che non va bene, che non sto bene. Che sto fingendo in qualche modo perché quel vestito è bello, è alla moda, pensavo fosse quello giusto, l’ho voluto tanto, ma poi non è così, o qualcosa è cambiato. E in quel caso non tagliarti la lingua. Parla con te stesso, tira fuori il malessere, accetta il fallimento come una sfida per il cambiamento, verso il meglio e verso il nuovo. C’è un altro detto, che ti sta a cuore. Quello della bisnonna, che lo disse alla nonna, che lo disse a quella mamma troppo giovane, che lo disse a te. “Ogni impedimento è un giovamento ” che significa alla fine che  quando il cuore è tranquillo non sbagli mai.

Nota ai margini di questa nota: le sicurezze non sono mai tali e assolute, ma nel momento in cui si manifestano come verità meritano di essere considerate valide.

Buona notte, buona fortuna. Buon giorno domani a una persona nuova.

Futurap

 

 

 

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