I social ci rendono davvero liberi? #ADailyCTA

I social ci rendono davvero liberi? #ADailyCTA

No, io una macchina per me non la voglio.

Non fraintendetemi, io un’auto ce l’ho già. È una Aygo, tuzzata sul fianco destro e pure con l’assicurazione scaduta. Per questo è da un mesetto che, con l’occasione, la lascio al fresco in garage.

Però ci sono un sacco di cose che mi piacerebbe avere (o di cui avrei bisogno): tipo un diamante sull’anulare sinistro, un nuovo mac book air non più 11 pollici ma 13, che dopo i 30 anni ho l’impressione di vederci di meno, una casa di proprietà dove non dovermi chiedere se poter o meno attaccare un quadro alla parete.

Non pensate che io abbia imbastito questa filippica per parlare male di Rudy Bandiera. Rudy è un personaggio, ed è anche molto simpatico.

Insieme ad altri ha creato delle cose bellissime, come i TweetAwards, e cose a mio avviso meno belle, tipo qualche post blog dove per me pecca di poca lungimiranza. Ho sempre creduto che il suo talento, fosse nell’atteggiamento: esserci, prendendosi poco sul serio e continuando a giocare.

Questa volta la penso un po’ diversamente. Quella di chiedere  un’auto gratuita per sé e di ottenerla da Smart per un anno non è una trovata che a me ha fatto impazzire, nè mi ha fatto urlare al “caso smm del secolo”. Non mi farà cambiare idea su Rudy, ma mi lascia un po’ di interrogativi nella capoccia. Spero questo post non venga preso come una critica alla persona, ma semplicemente un’occasione per riflettere e guardare le cose da un altro punto di vista.

Io ho iniziato la mia attività lavorativa nel mondo degli uffici stampa. Ecco, quello di concedere un “privilegio” a qualcuno per sfruttare la sua visibilità mediatica mi ricorda una prassi di un vecchio e triste giornalismo (per la cronaca, mi ci sono imbattuta spesso in cose di questo genere, ma la mia non è un’invettiva contro tutta la categoria). D’altra parte, il sentirsi in diritto di chiedere un trattamento diverso solo perché si ha la capacità di influenzare non è solo “scroccaggio”. Ha il retrogusto di un nuovo “lei non sa chi sono io” , del tipo: “tu sai benissimo chi sono io, quindi come fai a non darmi una macchina?”. Mi spiace, ci ho letto proprio questo, magari mal interpretando [e se è così mi spiace] in queste parole tratte dal suo “appello“:

Ora, visto che sono un blogger fiko, che sto bene in giacca, che partecipo a #Sinnova14 come relatore, che ho scritto un bellissimo libro sul Web 3.0 (http://www.rudybandiera.com/web-30 ) visto che presento #GoingGoogle e che faccio un intervento brillante al #SMMdayIT e considerato che per i brand sono una ghiottoneria da non farsi scappare, di moda ora e poi forse e mai più, come mai non trovo una casa automobilistica che mi da una macchina?

Attenzione. Pagare qualcuno per un servizio o un prodotto è diverso. È un lavoro e oggi ha forme nuove. Non credo di fare la rivelazione del secolo dicendo che, ad esempio, ci sono alcuni blogger pagati con abiti e accessori da indossare per una “recensione” visiva, con viaggi per raccontare un territorio dal loro punto di vista, con inviti a un concerto per fare post blog e live tweeting. Io stessa da blogger ho accettato dei soldi in cambio di consulenza, feedback, della mia presenza a un convegno. E ho partecipato gratuitamente a feste, eventi senza sentirmi in dovere di dover per forza scrivere qualcosa a riguardo (di positivo o negativo che fosse).

E, mantenendo una certa onestà intellettuale, non credo ci sia nulla di male in tutto questo.

Però nel caso di cui stiamo parlando è stato detto chiaramente: “Smart non mi ha chiesto in cambio nulla”. E allora mi chiedo: perché Smart deve fare un regalo a Rudy Bandiera? E perché Rudy deve aspettarsi un regalo da Smart? [Mercedes come qualsiasi altra casa automobilistica].

E con questo mi collego al secondo interrogativo che…

…riguarda i brand, le persone e la rete: è da anni che continuiamo a ripetere che il web è o dovrebbe essere un luogo meritocratico, orizzontale, democratico. Sono la prima a crederci, sapete? Ma a me questa storia racconta un’altra cosa: anche in rete, come in tutti i contesti sociali, sembrano esserci utenti di serie A e utenti di serie B. Quelli di serie A, pochi, sono dei professionisti, spesso del social media marketing, sanno usare molto bene la propria visibilità in chiave strategica, hanno un Klout (se non sapete cos’è non preoccupatevene) molto alto e possono “scherzare” con la propria immagine, alternando, all’occorrenza, il profilo del “cazzone mediatico” a quello dello “specialist”: a quelli, solo a quelli, si regala un’auto per un anno in cambio di “niente” a loro espressa richiesta. E quel niente, per inciso, da una parte mi sembra si stia concretizzando con l'”affitto” del proprio spazio mediatico e del proprio tempo. E nel caso del brand significherà probabilmente awareness, memorability (ma per quanto? e per chi?) e un centinaio di citazioni #epicwin nell’orticello di conversazioni di qualche zappatore social (cit).

E mi dispiace deludere Rudy, non vedo nessuna case history “unica” in Italia da manuale in questa storia. Ho lavorato per grossi brand, ai quali tutti i giorni, in privato e pubblicamente, arrivavano messaggi del tipo “Non ho più un’auto/una casa/un divano/un passeggino, e non posso comprarmene una. Me la regalate?” e mai a nessun reparto marketing è venuto in mente di farlo per davvero, quel gesto “semplicemente rivoluzionario”. Quel gesto che non avrebbe avuto chance di fare la storia del social media marketing, o magari ne avrebbe avute di più rispetto a quella di Rudy? (Con questo non voglio dire che i brand non facciano cose “utili” per i propri consumatori comuni, ci sono un paio di case history che mi smentirebbero all’istante, ma sono comunque operazioni strategiche studiate a tavolino).

Trovo la mossa di Smart niente più che ordinaria, una plateale operazione di marketing, la risposta sensata ad un assist chiaro, che non ha (per quanto possa contare) il mio plauso. Nemmeno, per dirla alla “community manager”, nel response time. [ai CM di Smart: si scherza eh!!] 🙂

Bisogna forse avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, e anche dire che i brand (non tutti) monitorano gli influencer della rete e sono continuamente in contatto con loro. Troverete uno spaccato comico ma realistico della situazione su Campioncini dove vi imbatterete in mille messaggi del tipo: sono una persona molto influente, voglio il tuo prodotto gratuitamente.

Forse la storia di Rudy ha un merito: quello di essere alla luce del sole, e di aver portato a galla una verità che alcuni si sforzano di insabbiare:

Il web non è per forza meritocratico [e questo non vuol dire che non lo sia in assoluto]

I social non ci rendono per forza liberi [la libertà è una scelta individuale, spesso e volentieri scomoda.].

Alla prossima

@futurap

p.s. adesso mi aspetterei il vero #epicwin: questa storia è tutta una burla e a Rudy invece della Smart arriverà una fantastica Ape Cross gialla con l’hashtag

p.p.s. rieccomi, con qualche commento a latere, sulle “reazioni“, intercettate e nascoste, a questo post. Puoi leggerle qui, e se vuoi, commentare.

Foto del 05-07-14 alle 21.13 #5

 

 

 

Commenti

commenti