Su Twitter non vale

Su Twitter non vale

Ricorderemo la giornata di oggi con tutta la tragicità e il dolore che merita la notizia di centinaia di uomini morti, naufraghi nel mare di Sicilia, in fuga dalle coste della Libia.

Spaventa che l’indignazione per una strage ad opera di indifferenza e mala politica internazionale venga sostituita, o sorpassata, da quella per le reazioni e i commenti pubblici all’accaduto. Una sorta di meta comunicazione che svilisce, mercifica e appiattisce tutto.

È uso di giornali e organi di comunicazione, da tempo, dare risalto a “le reazione della politica” a qualsiasi fatto che muova l’opinione pubblica. In qualche modo reiterando il fenomeno del commento e della strumentalizzazione a qualsiasi costo e in qualsiasi momento, mettendo a disposizione persino la memoria di una tragedia e il calore e colore dei cadaveri alla fomentazione del dibattito tra fazioni opposte.

La potenzialità in real time di poter dire la propria su qualsiasi cosa sembra, aver tolto, in qualche modo, il diritto al silenzio e alla premura che certi fatti meriterebbero.

È per questo che mi chiedo se la democrazia della comunicazione sociale, quella di Twitter, di Facebook, sia così preziosa da doverla pagare con il prezzo ben alto dell’assistere alla ribalta di commenti come questo

che generano a volte più comunicazione, interesse, e indignazione (quella strana reazione che sembra così cruenta quanto l’esternazione a cui risponde) del fatto di cronaca che ne è all’origine.

Mi chiedo se la signora in questione sia un degno rappresentante di quella popolazione di comunicatori a tutti i costi, pronti ad usare tutti i mezzi, media, senza un briciolo di filtro o senza scomodare una sopita coscienza sociale. E mi chiedo, sociologicamente, se questo sia frutto di:

ignoranza: come non conoscenza della portata virale e pubblica dei social network, usati con la superba convinzione di non essere ascoltati, visti. Per poi scoprire che c’è un mondo, lì, pronto a contraccambiare qualsiasi sentimento, riproponendolo aggiungendo miliardi di sfumature.

O di ingenuità: dimostrata nel pensare che, qualsiasi sia il contenuto espresso, perda di portata negativa reale solo perché digitato e non urlato.

Che qualsiasi sia la regola morale della società in cui viviamo, dove permane nel sentire comune e individuale una forma di rispetto e di rigore atavico nei confronti della vita e della morte, su Twitter non vale.

Che si possano esprimere idee così criminali senza nessun tipo di conseguenza, così come lo possono fare i politici e i vip, per poi continuare impuniti nel loro ruolo, lavoro e funzione pubblica, abbondantemente alimentata dall’attenzione quasi morbosa che i media danno a qualsiasi loro esternazione.

Probabilmente, in entrambi i casi, l’essere diventata una notizia di cronaca, insieme all’ultimo post strumentale di Salvini e al tweet xenofobo della Santanché, avrà alzato la signora agli onori della cronaca nostrana. O ai disonori.

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