Lettera aperta ai giovani universitari

Lettera aperta ai giovani universitari

Cari giovani universitari, oggi voglio raccontarvi una storia.
Mi chiamo Futura Pagano, e di mestiere faccio la Digital Strategist. E qualche anno fa -non vi dico quanti, che non sta bene- sono stata una studentessa universitaria anch’io. Sono sempre stata innamorata dello studio, e ho compiuto le mie scelte universitarie cercando di seguire il mio interesse verso le materie che più mi ispiravano e che mi interessava approfondire.
Ho studiato Scienze della Comunicazione e poi ho seguito la specializzazione in Giornalismo, ma i miei piani di studi sono sempre stati arricchiti da esami fuori percorso, che si sono rivelati quelli che più mi hanno aperto la mente: letteratura, semiotica, filosofia teoretica, geopolitica, storia del lavoro, storia del cinema, antropologia.
Ho incontrato dei professori meravigliosi -ed altri molto meno – incredibilmente preparati, che incutevano un certo timore reverenziale: impossibile mancare anche a una sola lezione, e all’esame farsi interrogare da loro e non dall’assistente era una vittoria e una gratificazione da ricercare. Quei professori di cui leggevo tutte le pubblicazioni e che era fantastico incontrare a ricevimento per aprire loro il cuore di una giovane studentessa desiderosa di approfondire, sperimentare, lavorare.
Lavorare, si, lavorare. Ho dovuto sempre lavorare per permettermi gli studi. Il secondo anno lo Stato ha tagliato le borse di studio per merito e reddito di cui avevo usufruito fin dal primo anno, e che mi avevano garantito la possibilità di studiare fuori sede, non gravando sulla famiglia. Una famiglia lontana lontana, ma non nel cuore, su cui, preso quel treno, avevo deciso di non dover più contare, economicamente parlando. E allora ho fatto i lavori più umili, quelli che qualcuno chiama “lavoretti”. Ma quanto mal si adatta il vezzeggiativo a queste attività che, spesso senza nessun contratto e forse proprio per questo, sono strettamente legate alla sopravvivenza di una persona, al suo costruirsi giorno dopo giorno un futuro, una possibilità di miglioramento. Ma non me ne sono mai vergognata. Passavo le mie serate, a volte le mie giornate dietro a banconi di bar, in case lussuose a insegnare latino a rampolli svogliati, in fumosi pub universitari. Ed ero fiera della mia autonomia, e sapevo che sarebbe arrivato il riscatto. Ma era anche tanta la frustrazione, quando dovevo rinunciare alle lezioni la mattina presto, alle gite fuori porta nel weekend. Quando dovevo studiare gli ultimi giorni prima dell’esame notte e giorno per recuperare il tempo perso. Ma una frase, come un mantra, mi dava la forza per non mollare: “non ti accontentare!”.
Si, non dovevo accontentarmi. Mi stavo regalando una grande occasione: quella di studiare, di crescere, di aprire la mia mente, di essere vicina a studiosi illuminati, di imparare da loro. E solo una cosa avrebbe elevato questa grande fortuna, questa meravigliosa occasione: vivere questa esperienza al massimo, studiare il più possibile, leggere il più possibile, ascoltare il più possibile, crearmi il più possibile un pensiero critico. Che mi avrebbe portato ad essere pronta, capace, salda, acuta, sensibile, umile, curiosa. Tutte caratteristiche vitali per sopravvivere e per fare del lavoro una possibilità di affermazione e di creazione di valore.
E allora non mi sono accontentata: ho fatto davvero del mio meglio, ho studiato cercando sempre di fare di più e mai di meno, ho mangiato i libri, aperto e chiuso biblioteche, fotocopiato manuali, letto saggi, guardato film, partecipato a convegni. Ho voluto prendere tutto il meglio possibile di quella esperienza preziosa e bellissima che è stata la mia formazione universitaria. E ho sofferto, pianto lacrime amare, per i 24 all’esame di Storia Anglo Americana, per cui avevo fatto le notti insonni, e per la mancata occasione di soddisfazione che ho provato. E ho esultato, e chiamato mia madre, e pianto con lei lacrime di gioia, per i 30 e i 30 e lode, e per gli occhi belli del mio professore di letteratura inglese in cui, da dietro le lenti, ho letto soddisfazione e rispetto, mentre mi passava il libretto firmato con l’ultimo esame.
E poi ho incontrato lui, il mio professore di Psicologia della Pubblicità. Che per la prima volta mi ha parlato di  brand awareness, di psicologia del lavoro, di comunicazione pubblicitaria.
Che mi ha fatto amare questo argomento rendendolo così fantasticamente umano, a tal punto da scatenare in me un’epifania. Questo sarebbe diventato il mio lavoro, e su questo dovevo specializzarmi. Prendendo una strada diversa da quello che il percorso di studi presupponeva, il giornalismo, e cercando di imparare il più possibile da lui sul marketing e sulla psicologia del lavoro.

Il mio prof era un decano, ma non si comportava come tale.
Era sempre disponibile a far cose nuove, totalmente dedito all’ascolto, alle sperimentazioni. Sempre seguito da una stuola di dottorandi che lo adoravano e sempre pronto a scrivere email lunghissime di feedback a elaborati, o di risposta a domande. Ero lì e volevo una possibilità, lui me l’ha data: produrre un lavoro di ricerca sulla letteratura della pubblicità, come manuale per il suo corso universitario. Si trattava del mio primo lavoro, ne ero consapevole ed ero pronta a dare il massimo. Ho studiato tutto quello che lui mi ha proposto, ho redatto il lavoro per mesi, ho coordinato i contributori, ho scritto ad altri professori. Mi sentivo viva e incredibilmente fortunata. Il giorno della tesi ho ricevuto il regalo più bello della mia avventura universitaria: quel bacio accademico del mio professore in toga, i suoi occhi lucidi, il suo in bocca al lupo sussurrato nell’orecchio, e quel 110 e lode amplificato in un’aula magna gremita. Ma era come se fossimo lì solo io e lui. Lui con la sua mole di cultura, umanità ed esperienza che pesava come un macigno, e io leggera e pronta a volare. Sapevamo entrambi, ce lo eravamo detto, che non avrei continuato gli studi. Non avrei provato con il dottorato, non sarei rimasta in Università.
Non me lo posso permettere, gli avevo detto. La verità era che non era la mia strada, e lo sapevo già. Un mese dopo avevo la mia partita iva, lavoravo mal pagata per l’agenzia in cui avevo fatto lo stage universitario, ed era l’inizio di una meravigliosa avventura incredibile che sto vivendo ancora adesso.

Oggi che sono passati quasi 10 anni posso contare tutte le volte in cui mi sono fermata a pensare quanto lo studio universitario mi mancasse.
Lo posso fare perché le ho riconosciute tutte, queste volte, in cui mi si è stretto lo stomaco e ho avuto i brividi, mentre mi raffioravano alla mente frasi, insegnamenti, concetti che hanno in quegli anni e in quei libri origine. Che fanno parte di me, del mio essere individuo, essere pensante, essere critico, essere sociale. Che fanno della mia vita di oggi una vita activa, nel senso che Hanna Harendt ci suggerisce.

Oggi che il tempo è la vera moneta di scambio, quella che vale di più, la più preziosa, e vedo i miei traguardi a volte dietro, a volte più vicini, oggi mi manca quello studio.
Lo studio per cercare delle risposte, per scoprire l’alterità, per arricchirsene, per formare il proprio senso critico.
E mi manca quel riconoscimento, quel voto, quell’espressione altissima di giudizio meritocratico, quell’essere riconosciuti importanti solo per il contributo dato alla propria formazione e alla crescita personale. Come a dire: “Siamo orgogliosi di te, vogliamo che tu sia una persona migliore. Questo voto è per te l’attestato di riconoscimento di una cultura che è fiera di essere alimentata, spiegata, fatta elemento identitario. Vai e fanne uno strumento di miglioramento, per te e per chi ti sta attorno”.
Oggi che studio solo le cose “pragmaticamente utili” nei ritagli di tempo e leggere letteratura mi sembra un lusso da ricavarsi doverosamente, tra una email e un report, mi manca il mio professore, mi mancano i libri fotocopiati ed evidenziati, mi manca la cattedra.
E quelle volte in cui mi capita di starci dietro, nei corsi di formazione, non perdo l’occasione per dirlo
“Studiate, fatelo per voi stessi, non vi accontentate della prima risposta, e delle facili soluzioni. Non vi accontentate.”

Un pensiero pieno di gratitudine per il professor Massimo Bellotto, per tutti i professori dell’Università degli Studi di Bergamo e dell’Università degli Studi di Verona che ho incontrato sulla mia strada. Ai miei fantastici compagni di Università, ai miei coinquilini di tutti gli appartamenti, gli ostelli, gli studentati. Ad Hannah Harendt, a Sergio Torsello, a Ernesto De Martino, a Michael Foucalt, ad Alberto Moravia e a Zygmunt Bauman.

 

Io, inverno 2005, Bergamo, San Vigilio.

bergamo

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