Sulla resilienza

Sulla resilienza

Il concetto di resilienza nel corso della mia vita, personale e professionale, sta assumendo un’ importanza centrale, e sfumature esperienziali sempre nuove.

Le definizioni che incontriamo in letteratura di resilienza (dal latino resilire, ‘saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi’, ma anche, traslato ‘ritirarsi, restringersi, contrarsi’) sono tante, e spaziano in diversi ambiti. Ve ne ripropongo alcune:

“nella scienza dei materiali, resilienza indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione.” (Antonio d’Amore, Psicologo e Psicoterapeuta).

“in fisica resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia se sottoposto a deformazione elastica; l’esempio più semplice è quello delle corde della racchetta da tennis che si deformano sotto l’urto della pallina, accumulando una quantità di energia che restituiscono subito nel colpo di rimando.” (Simona Cresti, Accademia della Crusca)

“la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità. Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.”. (Wikipedia)

“C’è una resilienza propria delle organizzazioni sociali (in questo caso, il termine sta a indicare la capacità di prevedere danni o aggressioni possibili, di rispondere in modo adeguato, di rimediare rapidamente). Oggi si parla diffusamente di resilienza anche in psicologia, per indicare la capacità individuale di affrontare stress e avversità uscendone rafforzati.”. (Anna Maria Testa, Internazionale).

Personalmente riconosco e faccio mie molte di queste caratteristiche e significati del termine resilienza, e ne trovo una particolare nuova sfumatura se applicata al lavoro che svolgo, quello del manager.

Un lavoro che porta a molte responsabilità, a dover prendere decisioni pesanti e importanti, a gestire risorse, umane e finanziarie, a prevedere e affrontare rischi e crisi, ma allo stesso tempo che prevede di attingere in continuazione a risorse ed energie interne, è un lavoro che presuppone in chi lo svolge un grado  -se di misura possiamo parlare- molto elevato di resilienza.

Nei momenti di instabilità, di difficoltà, di incertezza, occorre capacità di leadership, che, come leggevo ieri in un ottimo post di Dario Massi, è riconosciuta nel leader che “comunica, si confronta sempre, ed affronta le situazioni a testa alta.”. Se è resiliente, quindi, nel trasformare in opportunità di crescita i singoli momenti di debolezza e di crisi.

Credo anche che, sempre rimanendo in tema di capacità di leadership e skill personali del manager, la resilienza sia strettamente legata a due altre condizioni: l’onestà intellettuale e l’autocoscienza (nel significato che Hegel ci propone ne “La fenomenologia dello spirito“). Con la prima quanto con la seconda condivide un certo senso di equilibrio: la capacità di essere centrati, quanto su se stessi tanto sul e nell’ambiente (sociale) che si vive e in cui si agisce.

Ecco che quindi riconosco -in questo momento storico e personale più che mai- che essere resilienti, onesti, analitici ed equilibrati formi una sorta di condizione necessaria e da salvaguardare. Per continuare a svolgere il lavoro che amiamo con la stessa passione che ci permette di fare di ogni momento di caduta, auto inferta o da contingenze causata, una spinta propulsiva che porta a rialzarsi, e a correre con nuovo vigore versa la meta.

Con un’andatura migliore e più centrata di prima.

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