La bambina che è in me

La bambina che è in me

Nel momento stesso in cui ho scritto il post sulla leggerezza nel lavoro, Murphy mi ha voluta sfidare, ed è arrivata l’esigenza (chiamiamola opportunità) di dedicare alla formazione professionale quasi tutto il mio tempo libero.

Anche formarsi, come lavorare, è un processo che può essere affrontato con diverse attitudini. Ken Robinson in un Ted Talk fenomenale, parla di come il sistema educativo tradizionale (e purtroppo il più diffuso) spinga i bambini ad apprendere quante più nozioni possibili su argomenti specifici. Questo modello avrebbe prodotto storicamente molti “accademici” e pochi innovatori. E, sarete d’accordo con me sul fatto che il momento storico fluido e veloce che viviamo abbia bisogno di innovatori e di innovazione, dentro e fuori dalle “accademie”.

La capacità di innovare fa il paio con la creatività, e la creatività fa il paio con l’inspirazione.

Immaginare cose inesistenti, e provare a farle diventare realtà – vi consiglio un illuminante Diego Piacentini sul tema– è possibile oggi solo nella misura in cui apriamo le nostre prospettive di interesse e ci contaminiamo con qualcosa di sconosciuto, di diverso.

Per questo nella scuola la danza e il teatro dovrebbero avere lo stesso peso della letteratura e della scienza, secondo Robinson, perché i bambini coltivino la capacità innata di essere scatenati, creativi e abbiano l’opportunità di testarsi in diverse attitudini.

Queste riflessioni, quindi, mi hanno suggerito un interrogativo personale:

quanto nel mio percorso di crescita ho lasciato spazio alla bambina che è in me, e quanto invece ne ho silenziato la voce?

Essere bambini, da adulti, non fa sconti sulla maturità, l’impegno, la preparazione, piuttosto fa il paio con un’innata predisposizione alla curiosità, alla voglia di provare, a non avere paura di sbagliare.

Ho cercato nel mio passato, e ho trovato una possibile risposta in tre storie che lo hanno segnato.

Quando mi sono laureata in Giornalismo, sorprendentemente con una tesi sperimentale sulla letteratura della pubblicità, mi sono trovata davanti a un bivio: decidere se continuare a studiare, intraprendendo la carriera accademica, o uscire dall’aula magna forte di tutta una serie di belle nozioni e idee in testa, per provare a far succedere qualcosa di nuovo, e di mio. Per questo il giorno dopo ho aperto la Partita Iva, e ho iniziato la lunga avventura professionale, ricca di sperimentazioni e rischi.

Prima ancora, dopo aver conseguito la laurea triennale, ho deciso di cambiare Università e facoltà -da Scienze della Comunicazione a Giornalismo- chiedendo la convalida di tutti i miei esami e schiantandomi contro il muro dell'”equipollenza“. Secondo tale funesto principio avrei avuto accesso al nuovo corso di Laurea specialistica solo se avessi accettato di sostenere sei esami in più, considerati “mancanti” nel mio passato piano di studi. Questo mi avrebbe costretta a un’accelerazione incredibile. Perché rallentare, e rischiare di perdere tempo (e borsa di studi) era un rischio che non potevo permettermi.

A ventotto anni ero in agenzia, ed ero assunta come community manager per uno storico brand. Avevo deciso di cogliere questa opportunità, lasciare la Partita Iva ad aspettarmi nel cassetto, cosciente del fatto che avrei imparato tanto, in poco tempo, lavorando a progetti importanti, con persone in gamba e in un contesto internazionale. Dopo un po’ di mesi, e dopo molte cose belle, venni selezionata da un Venture Capitalist per avviare, da zero, un progetto sull’educazione digitale. Alla base c’era solo un’idea -una bella idea- ed era tutto da costruire: dal concept, al prodotto, all’uscita sul mercato. Si trattava quindi di “buttare il cuore oltre l’ostacolo” -come mi dissero al colloquio- uscire dalla zona di comfort della comunicazione e farmi spazio nel mondo, a me sconosciuto, dell’imprenditoria innovativa. Visto che sono agile e ostinata come un Capricorno, l’ostacolo decisi direttamente di sfondarlo, e di arrampicarmi su una bella montagna ripida.

La risposta alla domanda iniziale ora è molto chiara: sì, la bambina che è in me non ha mai perso la voce. Ascoltarla, soprattutto nei momenti in cui l’ansia, la paura e la “prassi” facevano molto rumore, è stata la mia più grande fortuna, e lungimiranza, nella vita.

Nella prima storia sarei tornata nella mia Università dopo otto anni,  per tenere una lectio magistralis sulla comunicazione di brand digitale, presentando modelli, progetti e idee miei. Chiarendo, prima di tutto a me stessa, che l’occasione di studiare non l’avessi persa, anzi, accolta nella forma più bella e adatta a me.

Nel secondo racconto, quello che a molti sembrò un eccesso di testardaggine mi avrebbe portata a intraprendere una strada lunga e difficile, ma nel tragitto avrei incontrato un esame secondario, Psicologia della pubblicità, e quell’incontro avrebbe segnato il mio destino.

Nell’ultima storia, per finire, scalare la montagna sarebbe stata forse l’esperienza più complessa del mio giovane percorso di crescita. Ma in cima avrei sperimentato un’ebrezza mai provata, guardando da quella prospettiva un orizzonte finalmente limpido e lanciandomi in una sfrenata discesa consapevole delle mie nuove potenzialità.

In tutte e tre le storie mi sono concessa il lusso di sognare, la pazzia di cambiare rotta e il rischio del funambolismo senza rete sotto. E ancora oggi, forse oggi più che mai, considero la mia vita, personale e professionale, come un progetto sempre in beta, in cui voglio che l’immaginario diventi realtà.

Great leaders are not head-down. They see around corners, shaping their future, not just reacting to it

dice Rosalinde Torres in un altro Ted Talk appassionante, in cui afferma che ci sono diversi modi di essere un bravo leader. Il mio modo di essere un’ottima “leader di me stessa” è ascoltare la bambina che è in me: farla giocare a nascondino con Murphy, farle evitare di restare negli angoli, concederle il rischio -e l’ebbrezza- di tentare il tana libera tutti. Che poi è l’unico modo che conosco per diventare grande.

La foto è di Alessio Iacona, che ha saputo fotografare la bambina che è in me.

Futura

 

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