Quando ho deciso di prendermi una pausa

Quando ho deciso di prendermi una pausa

Fai il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno nella tua vita“, disse Steve Jobs in uno dei suoi discorsi più belli. Ma insomma, i guru esistono per essere dissacrati: oggi che Jobs è morto -ahimè-, esiste una roba chiamata iPhoneX (non ne faccio una questione di valore o di prezzo, ma di accessibilità alla tecnologia e di marketing dell’obsolescenza) e io non mi sento tanto bene, sono qui a scrivere sull’urgenza di fare una pausa dal lavoro che amo.

Quella di oggi non è una pausa voluta, ma forzata. Arriva dopo un piccolo problema di salute, e, casualmente, dopo un rientro dalle ferie estive che definire vulcanico sarebbe un eufemismo. Mi sono scelta un settore lavorativo e una nuova città, il digital marketing e Milano, che potrebbero essere tranquillamente presi come simbolo dell’accelerazione produttiva di questi nostri giorni. Assunti a dosi massicce e insieme possono dare effetti collaterali inimmaginabili. Che il fisico potrebbe cominciare a non tollerare, anche prendendo le giuste precauzioni.

La verità è che siamo tutti concentrati davvero tanto sull’ansia da disintossicarci dal digitale come fonte di stress, ma in pochi ci preoccupiamo realmente della qualità del tempo che dedichiamo a noi stessi, alle attività che ci piacciono e allo spazio che riserviamo alla leggerezza, quando abbiamo un lavoro sfidante, che pervade e occupa la maggior parte del nostro tempo.

Ho iniziato a riflettere sul work-life balance quando mi sono accorta che gli ultimi anni della mia vita erano stati quasi totalmente dedicati alla crescita lavorativa. E da quando ho capito che per continuare a fare il lavoro che amo avrei dovuto per forza cambiare qualcosa.

A lungo ho pensato che il mondo del lavoro si potesse, un po’ con l’accetta, dividere in due grandi gruppi: chi lavora per vivere e chi vive per lavorare.

Se insegui obiettivi sempre più alti, fai progetti, fai carriera, accogli nuove sfide, fallisci e ricominci, ti formi, fai networking, cambi spesso posizione, ti fai conoscere, crei il tuo personal brand e cerchi di collaborare sempre con i migliori, e se, come nel mio caso, il tuo lavoro ti appassiona a tal punto da entrare anche nel tuo privato -persone che conosci e frequenti, eventi a cui vai, cose che leggi- è fatta, potresti facilmente rientrare nel secondo gruppo.

Se invece non hai grandi ambizioni lavorative, e uno stipendio giusto e un orario comodo per poi dedicarti serenamente ad altro, forse sei più nel primo gruppo.

Per anni, sono stata davvero molto tra quelli stacanovisti, sempre a rischio stress e in potenziale burnout. Spingere il più possibile è stato il mio mantra, dove la competizione -sana- a volte è diventata quasi una riprova sociale e una corsa contro il tempo: davanti avevo un settore – quello dell’innovazione digitale- che spalanca un sacco di porte molto interessanti e sempre nuove, dietro avevo alle calcagna quelli più giovani di me, smart e freschi per antonomasia, con tutti i numeri per farmi le scarpe. Il mondo del digitale non si ferma, e chi si ferma, ecco, se non è perduto deve cambiare mestiere.

Ma poi nella mia vita da Caterpillar è arrivato un momento abbastanza complicato in cui il lavoro e le cose di lavoro mi hanno causato assuefazione. Sarà stata Milano, le nuove persone che ho conosciuto, saranno stati gli ultimi sei anni di arrampicata continua senza un attimo di sosta, ma ho iniziato a provare stanchezza, noia, e a sentirmi distante da tutte quelle cose, ambienti, contenuti che fino a quel momento erano stati il centro della mia attenzione.

E questo poteva essere un grosso, grossissimo problema. “Se non fate questo lavoro con passione, non siete fatti per questo lavoro” ho ripetuto fino allo stremo a team member e ai corsi di formazione. Perché sono convinta che la noia sia la più grande nemica di un digital manager, mestiere visionario e predittivo per eccellenza, e la curiosità il più grande alleato.

A un certo punto mi sono chiesta se non fosse il caso di iniziare a pensare di cambiare drasticamente rotta. Rallentare, studiare yoga, prendermi un anno sabbatico per ripensare totalmente alla mia vita, e poi ripartire da qualcosa di nuovo.

E invece la risposta, come spesso accade, è arrivata un po’ per caso. Negli ultimi mesi ho incontrato alcune persone , contatti “digitali” che vedevo dal vivo per la prima volta, e tutte, casualmente, mi hanno detto la stessa cosa: “Si vede che ami molto il tuo lavoro”, ma anche “dal vivo sei molto più alla mano e solare di come ti mostri online”. E mi si è accesa la lampadina.

Sì, amo il mio lavoro, e voglio continuare a fare questo nella vita.  Ma per farlo mi serve una buona dose di leggerezza.

Il concetto di leggerezza è abbastanza personale, proprio perché riguarda molto la sfera del sentire: per me, ad esempio, “Luci della città” di Charlie Chaplin, muto e in bianco e nero, è un film leggero. Per altri potrebbe essere di una pesantezza mortale.

Dunque, tornando alle grandi distinzioni, ho iniziato ad accarezzare il pensiero che il mondo non si divida solo in persone che lavorano per vivere e altre che vivono per lavorare. Ma anche in persone che amano il proprio lavoro e hanno grandi sogni e ambizioni nel farlo, ma trovano lo spazio per la leggerezza.

La leggerezza nel lavoro è un’attitudine, un modo di essere, che non richiede un compromesso con la bravura, con l’impegno, né tantomeno con l’efficienza. Ma che, piuttosto, fa il paio con la consapevolezza che, per quanto il lavoro che amiamo sia un pezzo importante della vita, ne rimanga e vada considerato una parte, e non il tutto. 

Ricominciare ad essere leggera per me ha significato andare a riprendermi quelle parti di me che il lavoro aveva un po’ fagocitato: gli interessi, gli entusiasmi, la curiosità e, soprattutto, il tempo per fare altro che non avesse a che fare con il digitale. Ho tagliato tutti i ponti con l’estremismo  (andare agli eventi digital e leggere tutti i giorni TechCrunch, partecipare all’ultimo flame e commentare l’ennesimo epic fail, essere sempre sul pezzo con l’ansia di rimanere tagliati fuori, essere nel cerchio magico di quelli che tutto sanno e tutto commentano, avendo sempre qualcosa di intelligente e pronto da dire) e mi sono ricavata doverosamente delle pause di libertà.

Ho imparato a impostare più volte l’out of the office, a non rispondere alle mail di sera e nel weekend e ho usato lo spazio nuovo -vi assicuro, tanto- per darmi la possibilità di coltivare vecchie e nuove passioni: scrivere, leggere romanzi e saggi di filosofia, viaggiare, andare a dei concerti, a delle mostre, a degli eventi, fare aperitivi e andare a ballare. Fare Yoga e studiare cinema. Interessarmi di politica (intesa come la intenderebbe Hannah Arendt). Incontrare e frequentare persone che del mio lavoro sanno poco e niente, e riscoprire il gusto di parlare di tutt’altro.

Ora è arrivato l’ultimo step: concedermi il lusso di pause doverose quando il corpo lo richiede a gran voce. Oggi  avrei potuto lavorare da casa, ma ho scelto semplicemente il divano, una tisana, un disco sul piatto e il mio blog (quello in cui un tempo scrivevo solo ed esclusivamente di digitale) e altre cinque cose che mi hanno risollevato lo spirito e dato aria al cervello:

-chiamare un’amica e parlare di sogni;

-leggere il The New Yorker (nello specifico “Hillary Clinton Looks Back in Anger“, consigliato dal buon Michele Gazzetti);

-ascoltare il nuovo singolo di Giorgio Poi (ascoltatelo anche voi, non vi sembra una meraviglia?);

-organizzare il mio corso full immersion di business english;

-fare la spesa online (con Supermercato24)

Quindi stasera cucinerò, e guarderò un film in inglese. E domani sarò di nuovo in pista per il lavoro che amo.

Futura

 

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