Una, nessuna, centomila

Una, nessuna, centomila

Ho smesso di essere una digital strategist.

No, non fraintendetemi. Continuo a lavorare nel digital, anche se da un po’ preferisco dire nell’innovazione, e anche con più sprint, soddisfazione e voglia di fare dei primi tempi.

Ho trovato anche una bella squadra con cui fare bei progetti, e forse mi sento nel momento più bello della mia carriera professionale.

Quindi?

Quindi ho smesso di essere una digital strategist.

Da un po’ non sono più una digital strategist, ma faccio la digital strategist.

Vi dirò, faccio anche tante altre cose, compatibilmente con questo lavoro, le mie passioni, e la costante battaglia con la forza di gravità.

Provo a fare la maestra di yoga, organizzo qualcosa di bello in ambito musicale e culturale a Milano (Local, venite sabato a vedere con i vostri occhi!), scrivo racconti. E chissà quanto ancora mi passerà nella mente di provare in futuro.

In parole povere è arrivato un momento nella mia vita in cui ho capito una cosa importante: non siamo il nostro lavoro, ma facciamo il nostro lavoro.

Noi siamo noi: persone con pluralità di interessi, diversità caratteriali, un passato, un presente e un futuro mutanti e mutabili.

Se fossimo quello che facciamo quanto sarebbe pericoloso? Se smettessimo di essere “mamma”, “moglie”, “avvocato”, “capo”, “figlio” cosa sarebbe di noi? Se fossi la digital strategist e così mi presentassi al mondo, quanto sarebbe difficile, e fuorviante anche, fare i conti con il cambiamento? Se un giorno mi rendessi conto che quella non è più la mia strada, se ce ne fossero altre all’orizzonte, quanto sarebbe complesso fare i conti con l’abbandono di una identità rappresentativa radicata ed esclusiva? Quanto esiste, poi, un’identità unica marmorea, indiscutibile, incontestabile?

Noi siamo noi, siamo uno solo. E per fortuna quell’uno ha il libero arbitrio di fare tante cose diverse, rimanendo fedele a se stesso, a quella parte più tenera, più autentica, quel “core” che non cambia, ma si approccia all’ambiente e al tempo. E vi dirò di più: da quelle tante cose diverse quell’io più profondo viene nutrito di luce sempre nuova, mettendosi in discussione, “triggerandosi” costantemente, e generando cose belle.

C’è un pezzo nell’ultimo album dei Colle Der Fomento (Penso diverso) che recita così “Ma io penso diverso, cancello di nuovo/Cerco quello che non trovo
/Non ubbidisco, esco dal coro/Distruggo e ricostruisco chi sono“, e che mi ha fatto pensare a questa araba fenice che mi sento, ora che ho deciso di rinascere ciclicamente dalle mie ceneri.

È un po’ anche il concetto del mandala, che i monaci buddisti creano a lungo con sabbia e fili e colori a rappresentazione del mondo, per poi distruggerlo in una cerimonia in cui la sabbia viene mischiata e buttata in mare: sta a significare che nulla è granitico, dato, destinato a durare per sempre. Utile punto di osservazione della cultura orientale per spingerci al non attaccamento, piuttosto a rinnovare e innovare sempre, prima di tutto noi stessi.

Quindi da oggi, cari miei, qui vi parlerò un po’ di tante cose: del digital (poco, che mi piace dirlo, ma soprattutto farlo un po’ altrove), della musica, della cultura mia e che faccio con Local, dello yoga, e di tutte queste cose messe insieme, del risultato della sperimentazione di questo nella mia crescita personale, nella costruzione e distruzione del mio mandala. Se qualcuno vorrà seguirmi, fare delle cose con me, ascoltare quello che ho da dire vorrei  -VOGLIO!- lo facesse per il pacchetto completo: tutte queste cose messe insieme, perché non mi sento -me lo devo, me lo merito- di lasciarne da parte nemmeno una.

Da oggi non sono più una digital strategist, sono “semplicemente” Futura.

Una, nessuna, centomila.

Futura

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